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Greenpeace vs Facebook: 700mila – 0

Per chi non lo sapesse, da oltre 20 mesi, Greenpeace ha lanciato una sfida a Facebook, colosso della comunicazione 2.0, che ha annunciato per il 2012 la costruzione di nuovi centri media interamente alimentati a carbone.
L’iniziativa di Greenpeace si chiama “Unfriend Coal” (“rimuovere il carbone” dalla lista dei propri amici) e, ça va sans dire, è stata lanciata proprio su Facebook. A distanza di 20 mesi, Greenpeace ha avuto la meglio, mettendo in ginocchio il più grande social network del mondo, raccogliendo oltre 700 mila consensi da parte dei suoi fan.

Facebook ha dunque perso la scommessa e i centri media in costruzione verranno interamente alimentati grazie ad energie rinnovabili.

 

Sodankylä Midnight Sun Film Festival – cinema in mezzo ai ghiacci

Nato nel 1986 nella città finlandese di Sodankylä da un’idea dei fratelli Kaurismaki,
il Sodankylä Midnight Sun è un festival cinematografico che, a differenza di tutti gli altri,
non si svolge all’interno di cinema, teatri e spazi attrezzati, bensì in un posto più insolito
ed esclusivo: una foresta sperduta nel centro della Finlandia.
Durante il mese di giugno a 120 Km sotto il circolo polare artico la differenza tra notte e giorno scompare fino a far sentire gli spettatori sospesi nel tempo, in balia della loro più grande passione, il cinema.

 

 

I R.E.M. ci salutano. Era ora!

Oggi i R.E.M. o “ar i em”, per i più coraggiosi che ragionano alla “iu tu” e non alla U2, hanno annunciato il loro scioglimento.
Leggo in rete messaggi di disperazione dei fan, post di commiato da tutto il mondo, desiderio di mostrare la propria totale devozione e quant’altro nei confronti della band.
Per quanto mi riguarda, non la vedo in questo modo.
Sia chiaro, i REM non mi dispiacevano. In un passato (lontano) hanno fatto un sacco di dischi interessanti (Murmur, Reckoning, ecc.) ma da anni erano, come si suol dire, “arrivati” e, come succede a molte band un po’ agée, si erano trasformati in una realtà identificabile solo nella figura del cantante che, in quanto leader, si trasforma in unica chiave di lettura attorno al quale ruota il successo del gruppo e punto fermo sul quale costruire un’immagine che da anni va pian piano sbiadendosi.
In definitiva, quello che voglio dire, è che band come i REM dovrebbero andare in pensione ma non nel senso cattivo che può assumere questa espressione, bensì in un cortese “grazie, avete dato davvero tanto al mondo del rock, adesso è il momento di chiudere i battenti e rimanere nella memoria dei più come un prodotto miliardario che ha fatto il suo tempo e che in tutto e per tutto è bene che lasci spazio a band nuove, più giovani, che cavalcano l’onda dei trend musicali del momento”.
L’era delle rockstar miliardarie alla Led Zeppelin, o al più nostrano Vasco/Blasco, viste come eroi salvatori dell’umanità e dell’intero universo, idealizzate come miracolati e capaci di moltiplicare pani, pesci, chitarre e melodie, sulla falsa riga di colui che di pani e di pesci fece, secoli or sono, il proprio business, è terminato (certo, i fan di Tiziano Ferro e della Pausini non la penseranno così ma… non mi importa).
Cosa interessa ora alle nuove generazioni? I “gruppetti”, la musica Indie, i festival “low fi”, dove l’importante è il prodotto e non il personaggio.
Il leader diventa la musica, come è giusto che sia, mentre chi la esegue viene ammirato e spesso adorato ma in secondo luogo rispetto a ciò che propone.
Cari REM, avete fatto bene a mollare il colpo, avreste dovuto farlo un po’ di tempo fa e, insieme a voi, farebbero bene a restare a casa tanti altri artisti che ormai da molti anni a questa parte, non sono altro che un’enorme ombra di un successo tramontato da tempo, che erige sulle proprie ceneri cariatidi inguardabili.
Grazie quindi per quello che avete fatto e per le influenze musicali alle quali avete dato vita, questo senza ombra di dubbio… Ma ora basta. Anzi… grazie e basta!

The End

È proprio vero che “partire è un po’ come morire”.
Ho lavorato per 3 anni e mezzo in un’azienda che si occupa di comunicazione, quindi giovane, dinamica, friendly e quant’altro.
Quando sono arrivato ero abbastanza impaurito da questo mondo che non conoscevo e il continuo utilizzo di termini anglofoni, usati per definire argomenti altrimenti definibili con parole italiane spesso più appropriate, mi faceva sorridere e allo stesso tempo rabbrividire, in qualità di ex studente di Lingue ma soprattutto di essere umano pensante.
Ho sempre pensato che il concetto di economia linguistica fosse interessante se studiato comparando le diverse Lingue fra loro e non come strumento per guadagnare tempo all’interno di una conversazione.
Perché devo dire “mark up” per esprimere il concetto di rincaro di un prezzo? E perché devo dire quale sia il mio “effort” per spiegare quanto tempo mi ci vuole per fare un determinato lavoro? E ancora perché “20 KAPPA” per dire “20 mila”? Questa proprio non la capisco, il numero di sillabe è lo stesso in entrambe le soluzione, eppure seguitiamo a scegliere quella più lontana dalla nostra cara Lingua Italiana. Perché?
Poi col tempo ho capito che se volevo restare in questo mondo e continuare a percepire uno stipendio più o meno decente, avrei dovuto calarmi nel personaggio pseudo-anglofono e prender parte a questo bizzarro gioco.
Ho conosciuto molte persone in questi 3 anni e molte di queste mi mancheranno, alcune terribilmente, altre poco e altre ancora per nulla, anzi, felicemente spero di non rincontrarle mai più sul mio cammino.
Ho visto persone crescere professionalmente, altre svolgere il proprio lavoro senza lasciarsi divorare da ansie e preoccupazioni, altre ancora essere schiacciate sotto il peso di un duro lavoro per le quali forse non erano tagliate o forse “semplicemente” non erano state capite o ascoltate al momento giusto, e per le quali, se sbloccate paure e incertezze, si sarebbero forse aperte molte porte.
Ho sicuramente imparato molto, ho avuto buoni maestri e tanti colleghi in grado di appoggiarmi anche quando credevo che non ce l’avrei fatta ed ero prossimo a gettare la spugna.
Ho tenuto duro, ho resistito fino quasi al limite delle mie forze e solo ora so di aver fatto la scelta giusta che mi ha permesso di accumulare un bagaglio professionale che mi ha dato l’opportunità di spostare il mio “know how” (trad. italiana “conoscenze”. Ndr) altrove.
E quindi sì, partire è come morire, perché muore un’esperienza, quella di un lungo viaggio che mi ha indubbiamente segnato e che ha occupato la mia mente ininterrottamente per più di 3 anni, facendomi diventare parte del mio stesso lavoro anche quando speravo di riuscire a tenere separati il più possibile la sfera privata da quella professionale.
Ed è morire soprattutto perché, per quanto possa sperare di rincontrare persone che mi possano dare tanto come alcune che ho incontrato in quell’azienda, so che sarà molto difficile.
Un forte abbraccio a tutti i miei ex colleghi e colleghe.
Grazie a tutti.

Berlino: guida low cost al mangiare bene

Si sa, ai tedeschi piace mangiare e ce lo ricordano con centinaia di ristoranti aperti a tutte le ore.
Come andare a Berlino e non buttarsi su un goloso currywurst, cibo così comune che i berlinesi gli hanno addirittura dedicato un museo? Il posto migliore? Un insolito chiosco situato all’uscita della linea u2, fermata Eberswalderstr.
Per qualcosa di “meno” tedesco, è d’obbligo un Kebab da Mustafas. Lo trovate a Kreuzberg, esattamente all’uscita della fermata Mehringdamm.

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