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Uno di quei giorni. Uno dei tanti. Uno di quelli in cui vorresti scomparire e non per vergogna e non per colpa tua. Vorresti scomparire e basta.
Ciò che un tempo giudicavi positivamente diverso e soddisfacente, ti sta ora largo, così largo che lo perdi per strada e ti fa inciampare goffamente davanti a tutti.
E tu speri che tutti capiscano ma in realtà sembrano sordi e non per volontà loro ma per difetto tuo, che parli sempre più a bassa voce, perchè di voce non ne hai più.
“Ce la puoi fare… se vuoi”, ti dicono. Forse è vero che “volere è potere”. O forse no, forse volere è solo sperare e sperare di poter continuare a sperare.
E intanto quei vestiti si fanno sempre più larghi e tu inizi a cadere, sempre più spesso, così spesso che la gente inizia a non farci più caso.
E la cosa ti fa paura. Paura.
Forse è arrivato il momento di togliersi i vecchi vestiti, farne un falò e vestirsi di cose nuove, colorate, belle, belle e ancora belle.

New York, New York!

Finalmente ce l’ho fatta: sono andato a New York!
NY, la Nuova York, meta di emigranti e turisti provenienti da tutto il mondo, New York, gli USA, il nuovo mondo, il paese delle grandi possibilità.
18 settembre, aereoporto JFK, dopo una lunga trafila di controlli dovuti a sicurezza, immigrazione e documenti da compilare, usciamo, sentendoci definitivamente dei Newyorkesi, anche se titolari di una sorta di contratto a tempo determinato di soli 7 giorni.
Siamo gasatissimi, adrenalina a mille, in attesa di un taxi, tanti pensieri, tante sigarette e un po’ di timore ci fanno compagnia.
Il nostro appartamento è sulla 8a Avenue.
Chi ci affitta la casa è Marlon, è un ragazzo originario dell’Ecuador, gentile e un po’ svampito che
prima di congedarsi ci ripete almeno 7/8 volte “do not do baaahmmm!” mentre ci fa vedere come chiudere la porta di casa.
Ok, si parte.
Prima tappa Time Square, è vicino a casa. Mitragliate di fotografie a qualsiasi cosa, grattacieli, insegne luminose, cartelloni pubblicitari. Perchè lì è tutto enorme.
Central Park, decidiamo di attraversarne solo un pezzo, ci fermiamo a mangiare su una panchina mentre ciurme di scoiattoli corrono e si arrampicano sugli alberi.
La città è enorme e vengo da subito colto dalla sensazione che ci stiamo perdendo tantissime cose nonostante stiamo facendo quello che qualunque turista farebbe.
Molti amici mi hanno chiesto “quali sono le cose che ti hanno colpito di più?”.
Ovvio, mi sono piaciuti il Moma, il Guggenheim, Central Park; mi ha senza dubbio stupito vedere il negozio su tre piani di M&M’s, il negozio “The Little Lebowski” in cui vengono venduti solo ed esclusivamente gadget “lebowskyani”.
Banale, lo so, ma posso dire di essere in un certo senso rimasto “folgorato” dal fatto che tutto quello che fino ad ora avevo sempre e solo visto nei film fosse in quel momento davanti ai miei occhi.
I grattacieli altissimi, così alti che non stanno nemmeno nel visore della macchina fotografica, la gente che cammina tenendo in mano bicchieri di polistirolo contenenti caffè bollente, i baracchini che vendono gli hot dog ad ogni angolo di strada.
E poi Wall Street, il centro di tutto, la strada che governa il mondo intero, il quartiere dove non esistono negozi, se non pochi bar, tavole calde e qualche Mac Donald’s, dove a scandire il menu dei panini è presente un monitor gigante in cui passano a ripetizioni le quotazioni finanziarie.
Banche, solo banche dalle quali entrano ed escono come formiche uomini in giacca e cravatta con telefono, auricolare e laptop, che gridano e che corrono al ritmo di una vita frenetica fatta di compravendita di titoli e di azioni. Sono loro, i colletti bianchi, finalmente li vedo!
E poi i taxi, le macchine della polizia con la scritta blu NYPD e i poliziotti, i “cops” che si vedono nei film, con le loro divise blu con le quali riescono a stento a nascondere una pancia piena di hamburger e patatine; i loro distintivi ben in vista che mostrano quanta sia alta la percentuale di poliziotti italo americani che, come probabilmente il poliziotto Frontale, che vediamo vicino a casa nostra, sono figli o nipoti di chi tanti anni fa ha attraversato l’Oceano a bordo di una nave insieme a migliaia di altre persone in cerca di fortuna.
E poi la 5a Strada, Tiffany, i rapper neri che all’angolo delle strade cercano di venderti i loro cd autoprodotti e poi loro, i famosi hamburger americani!
Facciamo anche un giro a Little Italy, che capiamo essere ormai patria di italiani di 4a o 5a generazione e di messicani che si spacciano per siciliani, gestendo ristoranti con nomi improbabili come Roma Mia, SPQR, Fritteria e bancarelle che vendono “bracioli“, “parmiagnina di mellanzanne“, biscotti fritti e magliette con stampate le scritte “affanculo”, “ciao”, “mamma mia” e tante altre parole che come sempre stereotipano l’Italiano come il “pizza e mandolino” pigro fancazzista che passa la vita seduto a tavola ad abbuffarsi e a mandare tutti a fare in culo così per sport.
Ma capiamo che è tutto parte del gioco, parte di una città dai più considerata la numero uno nel mondo. Una città fatta di contraddizioni, dove la gente sempre di fretta passa le giornate ad abbuffarsi di junk food ma dove camminare per strada con una sigaretta accesa può essere motivo di occhiatacce lanciate come frecce infuocate da chi ti sta venendo incontro.
La città dei grattacieli, la città della Grand Central Station, la città dove la gente fa la fila per entrare in un ristorante Italiano e spendere centinaia di dollari per mangiare the Italian Bruschetta, Tuscany Bread, a tasteful Pecorino cheese e un piatto di spaghetti con vongole e scaglie di formaggio Grana, mentre centinaia di homeless faticano anche a chiedere la carità perchè vengono subito allontanati da poliziotti incattiviti da chissà cosa.
È la città che accetta più di tutte le altre la presenza dei neri ma che continua a chiamarli afroamericani e “permette” alla maggior parte di loro di lavorare ma solo come operai, come addetti alle pulizie, come parcheggiatori o, ai più fortunati, come camerieri da Starbucks.
Ed è la città delle mille possibilità che però concede un visto di 3 mesi e che al momento del passaggio dallo sportello immigrazione ti dice “vedi di muoverti e di non rompere le palle, adios!”.
Ci tornerei? La risposta è sì, ci tornerei stasera stessa e ci rimarrei a lungo.
Ci sarà una seconda puntata e chissà se questa volta rimarrò stupito dal negozio “The Little Lebowsky”…

ATTRICI HARD CERCASI…!

Non potevo non postare questo annuncio che il caro amico Stefano (grazie!) mi ha appena segnalato!
Donne! Si tratta di un contratto a progetto, ok… Ma quinquennale! Se poi siete pelose, tanto meglio!

Spett.le azienda, Vi invio il mio curriculum alternativo

“Il mondo del lavoro è in crisi!”, “il tasso di disoccupazione è in aumento!”, “migliaia di laureati a spasso!”. Sono frasi che leggiamo troppo spesso sui giornali.
Verità, verità tristi che spesso costringono persone che per anni hanno faticato sui libri a dover accettare lavori umili e sottopagati, quando li trovano.
Le aziende assumono sempre meno, e le frasi “ormai una laurea non serve più a nulla” risuonano a scadenza regolare nella testa di molte persone, come se fossero la sirena di una fabbrica alla fine di ogni turno. Ma ormai anche un posto in fabbrica è diventato un’utopia.
Adesso a chi ha finito l’università viene richiesto un master e, a chi ne ha già fatto uno, ne viene richiesto un secondo.
E i soldi vanno, le finanze si restringono, le tasche si svuotano e i genitori pagano. Chi non ha la fortuna di avere una famiglia alle spalle che possa foraggiare e sopperire a determinate mancanze è costretto o a rinunciare, oppure, nei casi più fortunati, ad accettare “lavori gratuiti”, i cosiddetti stage, che fino a circa 6/7 anni fa venivano pronunciati “STEIG” all’inglese, poi la massa critica ha optato per “STASG”, alla francese. Ma il significato non cambia, così come non cambia la retribuzione, per l’80% dei casi inesistente.
Uno stagista quindi non è pagato, si paga i trasporti per raggiungere il posto di lavoro, si finanzia i pasti e tutto quello che può servire ogni giorno nell’arco delle 8/9/10/11 ecc. ore lavorative.
Il concetto di lavoro è totalmente ribaltato. Un essere umano lavora non per diletto ma per necessità (non si esclude una commistione tra le 2 cose ma non cambia la sostanza). Il teorema è molto semplice:
causa = il bisogno di lavorare
effetto = percepire uno stipendio

Ma sembra che un corto circuito abbia creato un’interruzione all’interno di questo semplice flusso:
Se la causa è il bisogno e l’effetto è il fatto che una persona tutte le mattine si rechi sul proprio posto di lavoro e ci rimanga per il resto della giornata per poter portare a casa uno stipendio alla fine del mese, come mai al giorno d’oggi in molti casi una persona si deve alzare tutte le mattine, recarsi sul posto di lavoro, spendere dei soldi e restarci per il resto della giornata per non ricevere uno stipendio alla fine del mese? Già, non lavorare per essere pagati quindi, ma pagare per poter lavorare.
“Per fare esperienza!”, “così poi ti fa curriculum!”. Sì, ma se poi il curricula li mandi e le aziende non se li filano, facendo passare davanti al tuo quelli di amici e parenti, allora perchè farsi tutto questo culo?!
A questo proposito, qualche tempo fa mi è venuta in mente un’idea: invece di un curriculum classico, arriva il curriculum “alternativo”!
In virtù del fatto che le aziende richiedono esperienza, l’esperienza te la fai se paghi, se paghi e ti fai esperienza la tua esperienza non viene comunque presa in considerazione, perchè non stilare dei curriculum basati sulle proprie esperienze di vita extralavorative? Magari potrebbe essere l’elemento che fa la differenza!
Chiunque ha vissuto almeno per pochi minuti della sua esistenza un’esperienza “memorabile” correlata a personaggi famosi, al mondo dello spettacolo e a dimensioni che non appartengono alla quotidiana realtà. E perchè allora non inserire tutto questo ben di dio in un curriculum?
Perchè non scrivere per esempio ” dicembre 2005: durante la settimana bianca a Macugnaga incontra sulle piste da sci Marco Predolin e scatta con lui una foto ricordo”?
Potrebbe essere un nuovo trend che sostiturebbe i vecchi e obsoleti modelli di cv… silenziosamente, sotto gli occhi di tutti… un po’ come STASG ha soppiantato STEIG!
A seguire il mio curriculum alternativo.

John Rambo spopola in Bosnia

Lui Si chiama Nedžad Kličićs, è bosniaco ed è indubbiamente il fan numero 1 di John Rambo, tanto da realizzare un video in cui, come John, si esibisce in tecniche di guerriglia.
Proprio come nel film, il protagonista si batte contro i cattivi mostrando a tutti la sua dimestichezza in materia di bombe a mano, bazzooka, fucili, ecc.
Nedžad Kličićs spara, colpisce, accoltella ma soprattutto stupisce il mondo intero con un video molto “divertente”!
E anche nel suo caso, così come nel film, le sue capacità non vengono apprezzate proprio da tutti: la polizia bosniaca infatti, dopo aver visto il video, si è interrogata sul perchè quest’uomo possedesse un tale arsenale e lo ha arrestato.

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